MESTRE

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MESTRE - Loro ci credono, ed è giusto che sia così perché un luogo per professare la propria religione dovrebbero averlo tutti. Ma in Comune, dove si decide su permessi che, anche e soprattutto per i luoghi di culto, sono legati a normative stringenti (per non parlare quando c'è la necessità di una variante urbanistica per il cambio d'uso), non risulta esserci nulla di protocollato.

Il progetto di una moschea in via Giustizia, al posto dell'ex segheria Rosso abbandonata da decenni, di fatto non esiste, nonostante il contratto preliminare d'acquisto dell'immobile siglato quasi un anno fa da una parte della comunità bengalese presente in città, decisa a costruire il luogo di culto seguendo tutte le regole e senza giocare sulla denominazione di "centro culturale" usato poi per pregare.

Sebbene se ne parli ormai da anni, negli uffici comunali dell'Urbanistica e dell'Edilizia non c'è alcuna pratica aperta sull'argomento che, anche in questi giorni, è all'ordine del giorno dopo l'interrogazione presentata dalla Lega (con replica dei Radicali di Venezia, come riferiamo nell'articolo qui a fianco). Richieste ufficiali non risultano agli atti, né con progetti di massima e nemmeno per la verifica sulla possibilità di ottenere un cambio di destinazione d'uso dell'area di via Giustizia a fianco della ferrovia. E, senza nulla di protocollato, gli uffici non hanno avviato alcun iter che adesso, arrivati a poco più di tre mesi dalle elezioni (ma con l'attività amministrativa che verrà sospesa un mese prima) viene eventualmente rinviato alla prossima consiliatura.

«Una variante in due mesi è tecnicamente impossibile» spiegano dagli uffici, e con l'attuale legge regionale civorrebbe pure una delibera per la trasformazione in luogo di culto. Chi conosce i tempi delle pratiche urbanistiche ipotizza che per un'operazione del genere ci vuole almeno un anno e mezzo, «ma lo stesso discorso vale anche se lì si volessero fare dei condomini. Sono cose lunghe». Senza contare che la richiesta potrebbe anche essere poi bocciata. Una doccia fredda per la comunità bengalese che, fino a ieri, credeva che fosse perfino già arrivato il benestare delle Ferrovie: «Ci hanno riferito che erano d'accordo. Aspettiamo solo di sapere a che punto è la pratica in Comune» spiegavano dal gruppo che ha firmato nel maggio scorso il preliminare d'acquisto dell'ex falegnameria, legato appunto alla possibilità di ottenere il via libera alla realizzazione della moschea. Ma di quella "pratica" non c'è nemmeno l'ombra.

E intanto, giusto per spargere un po' di benzina sul tema sempre incandescente delle moschee, l'imam del "centro culturale Ittihad di via Piave (che non c'entra con il progetto di via Giustizia) ha postato nei giorni scorsi l'immagine di una moschea sul Canal Grande, all'altezza di San Vio, con sullo sfondo la chiesa della Salute. Un disegno generato dall'intelligenza artificiale, accompagnato da un lungo sermone in cui se la prende anche con "molti bengalesi espatriati che vendono liquori accanto alle verdure locali". L'imam di via Piave è Arif Mahmud, già noto alle cronache per aver postato nell'aprile scorso una foto del sindaco Luigi Brugnaro che sovrastava un'immagine di un suino in giacca e cravatta. Le polemiche di un anno fa, evidentemente, non gli erano bastate.

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