Appena arrivata in Ucraina ho avuto una sensazione stranissima. La gente continua ad andare a lavorare, i bambini a scuola, tutto scorre come se niente fosse e ho pensato: ma c’è davvero una guerra in corso? Poi ho sentito la prima sirena risuonare in tutta la città per avvertire di un raid aereo in arrivo. E in quel momento, quando devi correre nel primo rifugio, quando senti il ronzio dei droni per tutta la notte vicino la tua finestra, quando senti le esplosioni (l’ultima violenta questa mattina a Kyiv) che arriva la consapevolezza di essere nel bel mezzo di un conflitto.
In ogni missione ci si costruisce una nuova famiglia, quindi aver trascorso il periodo delle festività natalizie in Ucraina al fianco dei miei colleghi non è stato un problema: per me sono una seconda famiglia.
Aver festeggiato con loro l’arrivo di un nuovo anno mi ha fatto sentire parte di quel cambiamento positivo di cui questo paese ha bisogno. Per la mia famiglia d’origine di certo è stato triste non avermi con loro – fisicamente – a fare il conto alla rovescia, ma lo abbiamo fatto online, quindi in qualche modo hanno condiviso quel momento con me e con i miei colleghi in Ucraina.
Il Natale in un contesto di guerra è una festa un po’ sottotono. In giro per la città ci sono degli addobbi e le luci, ma sotto l’albero di Natale bianco che hanno messo nella piazza di fronte la chiesa di Santa Sofia o nella centrale piazza Maidan ci sono sempre manifestazioni, foto di persone scomparse durante questi ormai quasi 3 anni di conflitto e bandiere dell’Ucraina.
Festeggiare con il cuore pesante è difficile. In quel periodo, però, in ogni progetto abbiamo organizzato un momento da condividere insieme con tutto lo staff, una vera e propria festa di Natale come si fa un po’ ovunque, dove sono invitati anche i bambini, figli dei vari colleghi, e dove si condividono i successi dell’anno trascorso.
Non è facile riuscire a sentire l’atmosfera natalizia in un contesto di distruzione e sofferenza e quando cerchiamo di trasmetterla alle persone con le quali lavoriamo dobbiamo sempre cercare di essere cauti. Molto spesso le persone con cui siamo in contatto non hanno molta voglia di festeggiare, hanno tutti un pesante bagaglio di sofferenza che si portano dietro di cui non si può ignorare l’esistenza. Con i bambini forse è più semplice, anche se stanno crescendo in questo clima di conflitto.
I momenti più teneri sono senz’altro con le babuska, le anziane signore che sono le sole a continuare ad abitare nei villaggi semi distrutti vicino al fronte, ma che ti vengono ad abbracciare e a dire grazie per essere lì a prenderti cura di loro.
In quel periodo il livello di sofferenza psicologica nella popolazione è sicuramente aumentato, molte famiglie hanno perso qualcuno, e quasi tutte hanno almeno un membro della famiglia che combatte. Anche quest’anno molte famiglie non hanno potuto riunirsi come succede solitamente nei momenti di festa. La guerra continua.
Le immagini più difficili da togliersi dalla testa sono senz’altro le sofferenze fisiche e le amputazioni causate dalle esplosioni, dalle mine, dai crolli dei palazzi. Ma più di tutto credo che la cosa davvero difficile sia lavorare con la consapevolezza che questa sofferenza continua da anni e che per ogni persona che si è riusciti a salvare, ce ne saranno altre e altre ancora che avranno bisogno di aiuto, un flusso che sembra senza fine.
La difficoltà a volte è continuare a restare motivati e a sperare che questo conflitto finisca al più presto.
Facendo parte del team di coordinazione della missione sono basata nella capitale, anche se cerco di fare un tour di tutti i progetti almeno una volta al mese.
La mia quotidianità comprende molto spesso un viaggio in treno, una visita ad una delle attività sul territorio, l’incontro con i vari dipartimenti che supportano le operazioni mediche, cercare di risolvere problematiche relative alla scarsità delle risorse umane, alle continue complicazioni della legislazione governativa di un paese sotto legge marziale, organizzare e promuovere corsi di formazione per i nostri colleghi ucraini e così via.
Medici Senza Frontiere in Ucraina supporta la popolazione tramite servizio di cliniche mobili per raggiungere le comunità più piccole e lontane dai grandi centri abitati, una flotta di ambulanze che trasportano i pazienti lontano dalla linea del fronte verso centri ospedalieri più sicuri e supporto alle equipe all’interno degli ospedali stessi.
In più, abbiamo lanciato il primo progetto di prima riabilitazione in Ucraina che consiste nell’assistere il paziente fin dai primi momenti post chirurgia di amputazione con un team multidisciplinare di infermieri, fisioterapisti e psicologi. Il servizio di supporto psicologo è sempre presente nelle nostre attività al fianco sia del paziente sia dei familiari, ma anche di tutta la popolazione civile che si trova a dover vivere ormai da anni in un p
In ogni missione ci si costruisce una nuova famiglia, quindi aver trascorso il periodo delle festività natalizie in Ucraina al fianco dei miei colleghi non è stato un problema: per me sono una seconda famiglia.
Aver festeggiato con loro l’arrivo di un nuovo anno mi ha fatto sentire parte di quel cambiamento positivo di cui questo paese ha bisogno. Per la mia famiglia d’origine di certo è stato triste non avermi con loro – fisicamente – a fare il conto alla rovescia, ma lo abbiamo fatto online, quindi in qualche modo hanno condiviso quel momento con me e con i miei colleghi in Ucraina.
Il Natale in un contesto di guerra è una festa un po’ sottotono. In giro per la città ci sono degli addobbi e le luci, ma sotto l’albero di Natale bianco che hanno messo nella piazza di fronte la chiesa di Santa Sofia o nella centrale piazza Maidan ci sono sempre manifestazioni, foto di persone scomparse durante questi ormai quasi 3 anni di conflitto e bandiere dell’Ucraina.
Festeggiare con il cuore pesante è difficile. In quel periodo, però, in ogni progetto abbiamo organizzato un momento da condividere insieme con tutto lo staff, una vera e propria festa di Natale come si fa un po’ ovunque, dove sono invitati anche i bambini, figli dei vari colleghi, e dove si condividono i successi dell’anno trascorso.
Non è facile riuscire a sentire l’atmosfera natalizia in un contesto di distruzione e sofferenza e quando cerchiamo di trasmetterla alle persone con le quali lavoriamo dobbiamo sempre cercare di essere cauti. Molto spesso le persone con cui siamo in contatto non hanno molta voglia di festeggiare, hanno tutti un pesante bagaglio di sofferenza che si portano dietro di cui non si può ignorare l’esistenza. Con i bambini forse è più semplice, anche se stanno crescendo in questo clima di conflitto.
I momenti più teneri sono senz’altro con le babuska, le anziane signore che sono le sole a continuare ad abitare nei villaggi semi distrutti vicino al fronte, ma che ti vengono ad abbracciare e a dire grazie per essere lì a prenderti cura di loro.
In quel periodo il livello di sofferenza psicologica nella popolazione è sicuramente aumentato, molte famiglie hanno perso qualcuno, e quasi tutte hanno almeno un membro della famiglia che combatte. Anche quest’anno molte famiglie non hanno potuto riunirsi come succede solitamente nei momenti di festa. La guerra continua.
Le immagini più difficili da togliersi dalla testa sono senz’altro le sofferenze fisiche e le amputazioni causate dalle esplosioni, dalle mine, dai crolli dei palazzi. Ma più di tutto credo che la cosa davvero difficile sia lavorare con la consapevolezza che questa sofferenza continua da anni e che per ogni persona che si è riusciti a salvare, ce ne saranno altre e altre ancora che avranno bisogno di aiuto, un flusso che sembra senza fine.
La difficoltà a volte è continuare a restare motivati e a sperare che questo conflitto finisca al più presto.
Facendo parte del team di coordinazione della missione sono basata nella capitale, anche se cerco di fare un tour di tutti i progetti almeno una volta al mese.
La mia quotidianità comprende molto spesso un viaggio in treno, una visita ad una delle attività sul territorio, l’incontro con i vari dipartimenti che supportano le operazioni mediche, cercare di risolvere problematiche relative alla scarsità delle risorse umane, alle continue complicazioni della legislazione governativa di un paese sotto legge marziale, organizzare e promuovere corsi di formazione per i nostri colleghi ucraini e così via.
Medici Senza Frontiere in Ucraina supporta la popolazione tramite servizio di cliniche mobili per raggiungere le comunità più piccole e lontane dai grandi centri abitati, una flotta di ambulanze che trasportano i pazienti lontano dalla linea del fronte verso centri ospedalieri più sicuri e supporto alle equipe all’interno degli ospedali stessi.
In più, abbiamo lanciato il primo progetto di prima riabilitazione in Ucraina che consiste nell’assistere il paziente fin dai primi momenti post chirurgia di amputazione con un team multidisciplinare di infermieri, fisioterapisti e psicologi. Il servizio di supporto psicologo è sempre presente nelle nostre attività al fianco sia del paziente sia dei familiari, ma anche di tutta la popolazione civile che si trova a dover vivere ormai da anni in un p